Belitung e l'aspettativa che diventa poesia

09 ago 2018  |   di: Oriana  |    commenti (0)

Il bello della vita è che, talvolta, ti dà quello che stai cercando senza che tu sappia di volerlo. Bisogna però essere in grado di lasciarsi sorprendere.
Certo, trovarsi a due giorni dalla partenza a dover decidere cosa fare la prima settimana di viaggio perché le isole dove dovevi andare sono state evacuate a causa del terremoto, non è sicuramente quello che si desidera dopo aver passato notti e giorni a programmare un viaggio.

Siamo partiti senza sapere dove saremmo andati, solo con la prima notte prenotata a Giacarta. In Oriente i voli costano poco, quindi ci siamo messi a cercare un altro posto, ma nessuno ci convinceva abbastanza.
Siamo saliti in aereo senza avere quasi nessuna idea, solo documentandoci un po’ sulle varie isole. Poi, mentre bevevamo the caldo in attesa della coincidenza, decisione presa, così, all’improvviso: dai andiamo a Belitung. È ad un’ora di volo, le foto sono belle, le recensioni anche e, soprattutto, turismo inesistente. 
Non sapevamo cosa aspettarci.

Il nostro arrivo a Belitung


Il giorno dopo, in attesa dell’imbarco, attorno a noi solo indonesiani. Giuro, nessun occidentale. Alcuni ci guardano incuriositi, altri si fanno gli affari loro. Saliamo e dopo circa un’ora atterriamo a destinazione. Poco dopo eccoci in hotel, noleggiamo lo scooter e via alla scoperta.

Sembra un mondo a parte: una strada che percorre l’isola e, ai lati, case basse colorate con i tetti in lamiera. Fuori giocano bambini: alcuni con giocattoli fatti con plastica riciclata, altri giocano a nascondino, altri ancora a rincorrersi, alcune bambine sedute su scalini piastrellati con fogli e matite si improvvisano maestre.

La mappa di Belitung

Galline, polli, gatti a fare da sfondo.
Ad un tratto vedo una piccola che avrà avuto sei anni accarezzare con il piede un cane, che gentilmente chinava la testa sapendo che non gli avrebbe fatto alcun male. Traffico quasi inesistente: qualche motorino, auto e tratti di strada vuoti. Ai lati il mare e al centro palme, verde, foresta.

Uno degli scorci di Belitung

Nessun ristorante, qualche piccolissimo negozio vicino al centro. Hello, hello. Tutti ti salutano. Ad un tratto scendiamo per fare una foto a due bambini che sorridono e si mettono in posa.
“Thank you”. Diciamo.
Continuano ininterrottamente a ripetere “Thank you, thank you”. Mi chiedo ancora se ne conoscessero il significato, quasi nessuno parla inglese qui. Ci capiamo a gesti, a sorrisi.

Una nave in costruzione davanti la casa di un artigiano
Un peschereccio in costruzione davanti la casa di un artigiano

Il vento tra i capelli, mentre percorriamo chilometri continuo a guardare a destra e a sinistra, mi viene il nodo in gola. Questa è l’autenticità che cerco, questa è la verità che io per prima ho perso e che ritrovo in luoghi così. Attirati dalle foto di spiagge incontaminate e isole da sogno, spinti qui da questo vento, troviamo molto di più di quello che pensavamo.

Il nostro primo tramonto a Belitung
Il nostro primo tramonto a Belitung

Oggi il sole è pallido, in spiaggia ancora non ci siamo andati, ma l’anima brilla e si pulisce da tutto quello che non le si addice. Ci gustiamo il momento di un tramonto condiviso con i locali, lo spettacolo quotidiano a cui difficilmente mancano.

Piccoli, siamo piccoli, egoisti, prepotenti, vanitosi.
Siamo così presi dal nostro mondo e dal nostro essere noi, che non ascoltiamo più nemmeno le risposte alle domande che facciamo.

Attimi rubati al tramonto

Qui nella pace e nella tranquillità della diversità che per una volta viene vista come ponte e non come baratro, riscopriamo la tenerezza dell’incontro, da un cuore all’altro, non importa se nero bianco o giallo. La stessa emozione davanti al cielo che arrossisce e ci ricorda che no, non siamo noi a comandare. 

Aggiornato il: 11 set 2018
Presente in: Indonesia, Pensieri a bordo strada, Belitung Tags:

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